Nell’ultima rilevazione Audiradio le grandi generaliste musicali arretrano tutte. A crescere sono le emittenti con un formato netto e riconoscibile. È un dettaglio che ridefinisce il mestiere di chi conduce.
Chi cala e chi cresce
I dati Audiradio relativi al secondo trimestre 2026 fotografano un mercato che, nel complesso, registra una lieve contrazione: l’ascolto nel giorno medio si attesta a 34,053 milioni di persone, contro i 34,792 milioni rilevati nel trimestre precedente e i 35,053 milioni della media 2025. Il dato aggregato, tuttavia, racconta solo una parte della storia. Quando si osservano le singole emittenti emergono infatti dinamiche molto diverse, con alcune delle principali radio musicali in arretramento e altre realtà capaci invece di guadagnare ascoltatori.
In arretramento ci sono quasi tutte le grandi generaliste musicali: RTL 102.5 resta capofila con 6,318 milioni ma in leggero calo, Radio Italia scende a 5,780 milioni, RDS a 5,634, Radio Deejay a 5,079, Radio 105 a 4,782. Tutte in calo, tutte nella stessa direzione.
In crescita ci sono emittenti con un profilo molto più definito: Virgin Radio sale a 3,113 milioni, Radiofreccia guadagna circa trecentomila ascoltatori arrivando a 1,586 milioni — con un quarto d’ora medio passato da 85mila a 122mila, che è il dato di ingaggio più significativo del trimestre — mentre RMC raggiunge 2,228 milioni e m2o 2,191.
Non è, come si potrebbe pensare, la vittoria della radio parlata sulla radio musicale: anche Radio 24, che è all news e talk, arretra a 2,530 milioni perdendo oltre 150mila ascoltatori. La linea di frattura passa altrove.
La playlist non è più un vantaggio competitivo
Ciò che accomuna le emittenti in crescita è un’identità di formato immediatamente riconoscibile: un repertorio, un tono e un pubblico che chi sintonizza sa di trovare. Ciò che accomuna quelle in flessione è di essere, in larga misura, intercambiabili sul piano musicale.
Ed è qui che il mestiere di chi conduce cambia natura.
Per decenni la programmazione musicale è stata il cuore del valore di una radio: l’emittente sceglieva i brani, li faceva scoprire, li ripeteva finché diventavano familiari. Il conduttore era la voce che accompagnava quella selezione, e presentare un brano — dire chi lo canta, da dove viene, perché è stato messo lì — era una funzione informativa reale, perché l’ascoltatore non aveva altro modo di saperlo.
Oggi quella funzione è tecnicamente obsoleta. Chiunque può conoscere titolo, artista e discografia di qualsiasi brano in tre secondi, e può ascoltare esattamente la musica che vuole, quando vuole, senza attese. Una radio che offre solo una buona selezione musicale sta offrendo una versione peggiore di ciò che l’ascoltatore ha già in tasca.
Il fatto che a resistere siano le emittenti con un carattere netto — e non quelle con la playlist più ampia — dice che il pubblico non cerca più musica in radio. Cerca un contesto: qualcuno che abbia un gusto dichiarato, un modo di stare al mondo, una posizione.
Dal palinsesto alla relazione
C’è un altro dato che merita attenzione, e riguarda proprio l’emittente che nel trimestre ha perso di più in FM. Radio 24 ha registrato nello stesso periodo una crescita del 24% dei follower sui social, del 31% dei browser sulle proprie piattaforme e una media di circa nove milioni di ascolti digitali mensili sui contenuti on demand.
È il ritratto in miniatura di quello che sta accadendo a tutto il settore. L’ascolto lineare si assottiglia, l’ascolto scelto cresce, e i due pubblici non si comportano allo stesso modo: il primo si intercetta, il secondo si conquista episodio per episodio.
Per chi conduce, questo significa che il lavoro non finisce quando si spegne il microfono. Un programma esiste oggi in almeno tre forme — la diretta, la sua versione on demand, i frammenti che circolano su altre piattaforme — e ciascuna richiede scelte diverse su ritmo, richiami di contesto e struttura. Un’intervista che funziona in diretta può risultare illeggibile a chi la recupera due settimane dopo senza sapere di che cosa si stesse parlando.
Che cosa resta difficile
Sarebbe sbagliato dedurne che il mestiere si sia alleggerito. È vero il contrario: sono aumentate le competenze richieste, mentre quella più facilmente automatizzabile — annunciare che cosa si sta ascoltando — è semplicemente sparita.
La diretta resta la prova più esigente di tutta la comunicazione professionale. Non ci sono seconde take, non si può correggere una frase infelice, non si può interrompere il flusso per riflettere. Bisogna decidere in tempo reale se un ospite va incalzato o lasciato andare, se un argomento regge altri cinque minuti o va chiuso, se un imprevisto va nominato o aggirato. E bisogna farlo mantenendo un tono coerente con l’identità del programma, che è precisamente la cosa che il pubblico sta comprando.
A questo si aggiunge una parte del lavoro che raramente viene raccontata: la preparazione. Un conduttore credibile arriva al microfono avendo letto, verificato, costruito una scaletta e previsto gli scenari possibili. La spontaneità che l’ascoltatore percepisce è quasi sempre il risultato di un lavoro invisibile fatto prima.
Dove il mestiere si concentra
C’è un ultimo elemento, di ordine pratico, che riguarda chi a questo mestiere vorrebbe accedere. Le redazioni dei principali network nazionali sono concentrate quasi tutte tra Milano e il suo hinterland, insieme ai service, alle strutture di produzione e alle agenzie che ne alimentano il lavoro quotidiano.
Conta più di quanto sembri, perché la conduzione non si impara in astratto. Si impara accanto a qualcuno che la sta facendo: guardando come gestisce un ospite fuori tempo, un blocco pubblicitario che salta, un argomento che si esaurisce prima del previsto. Sono occasioni che non si distribuiscono in modo uniforme sul territorio, e che restano dove restano gli studi.
Nei percorsi rivolti a chi vuole lavorare in radio a Milano, Accademia09 mette al centro esattamente questo: pratica di conduzione, gestione della diretta, costruzione di un format. La tecnica vocale resta il presupposto, non il contenuto del corso — perché è il resto la parte del mestiere che il mercato continua a pagare.
Una funzione che si è spostata
Il conduttore radiofonico presenta ancora i brani, formalmente. Ma quella non è più la ragione per cui qualcuno lo ascolta, e i numeri lo dicono con una certa chiarezza: a reggere non sono le emittenti che scelgono meglio la musica, ma quelle che si riconoscono in due secondi.
Se c’è una lezione in questa rilevazione, è che la radio ha smesso di vendere accesso e ha iniziato a vendere criterio. In un ambiente dove tutto è disponibile, il valore non sta nel procurare i contenuti ma nell’avere qualcuno di cui ci si fida abbastanza da accettare che scelga al posto nostro per un’ora.
È una funzione più antica del mezzo che la ospita, e sopravvivrà a qualunque piattaforma la trasporti. Semplicemente, non si chiama più presentare.
